Tag

terzietà ispettori Archivi - FederIspettori

Confessioni di un RT

Condividiamo con piacere la lettere aperta di un imprenditore rivolta alle associazioni di categoria del settore revisioni, una delle quali lo rappresenta – per così dire – dal 1987. Un punto di vista differente da quelli ormai standardizzati che vedono titolari di centro di controllo avversi ad ogni sorta di cambiamento e dipendenti ispettori desiderosi di una rivoluzione a 360°. Il contenzioso va ben oltre alla mera lotta di classe: è una battaglia di buonsenso che ha come obiettivo finale la salvaguardia della sicurezza stradale:

Olbia, 18/02/2022

Oggetto: settore revisioni veicoli, adeguamento normativo e terziarizzazione settore controlli degli ispettori.

Gentili signori,

in qualità di direttore del Centro revisioni Consorzio Car Test Olbia 1, aderente all’atto della costituzione all’allora AIRA/CNA e tutt’ora associato alla CNA, devo esprimere la mia ESTREMA contrarietà agli argomenti e al metodo con cui le alte cariche preposte della vostra associazione stanno portando avanti le rivendicazioni in materia di revisione veicoli, auto / moto e mezzi pesanti.

Questo Consorzio nasce nel 1986 nell’intento di tutelare i meccanici indipendenti dalle concessionarie, le quali potevano aprire un centro revisioni senza ulteriori obblighi. Mentre per le quattro categorie professionali, meccanica, elettrauto, gommista e carrozzeria, occorreva avere tutte le quattro iscrizioni e, ATTENZIONE, come la legge chiaramente dice, le 4 attività devono essere effettivamente esercitate, e questo era ed è tutt’ora assai raro.

Negli anni a seguire, da 1600 centri presenti nel 1997, ci fu un proliferare di grandi officine che erano talmente grandi da esercitare effettivamente tutte le 4 attività. In realtà aprirono centri di meccanici, di gommisti, di elettrauti e di carrozzieri. Tutti centri dove si svolgeva solo una o al massimo due delle 4 attività richieste. Ma, miracolo dei miracoli, con le autocertificazioni in Italia tutto è possibile, soprattutto se poi non ci sono controlli. Così il gommista di turno, che palesemente ha un’officina dove si svolge solo l’attività di gommista (e lo vedrebbe e lo verificherebbe anche un cieco), avendo a suo tempo richiesto l’iscrizione per tutte le 4 attività, dichiarando semplicemente e con molta leggerezza che esercita effettivamente anche l’attività di meccanico, di elettrauto e di carrozzeria, apre il centro revisioni, in attesa che vengano verificate le autocertificazioni. Tralasciando per comodità meccanica ed elettrauto (che ora sono anche accorpate nell’unica attività di meccatronica), l’impressione che in tutti questi centri non si facciano attività di carrozzeria si ha immediatamente, perché le attrezzature necessarie per questa attività sono necessariamente una cabina di verniciatura e il tintometro. A tutti gli associati che hanno fatto la pratica presso di voi per l’apertura del centro avete mai evidenziato che fare una autocertificazione senza che poi ci sia il riscontro è un falso pauroso, con conseguenze penali? Non vado oltre perché potrei diventare scurrile. E credetemi, quando vedo nascere ed operare (e ce ne sono migliaia) centri che PALESEMENTE non esercitano neanche una delle attività richieste, ma fanno solo revisioni, allora mi chiedo davvero cosa fate voi della legge. Dico voi perché queste realtà quasi mai nascono da sole ma vengono sempre istruiti e indirizzati dalle associazioni di categoria e voi, non ho difficoltà a dirlo, insieme rappresentate la maggior parte delle imprese del settore. Così, siamo arrivati a 10.000 centri e in una città come Olbia ce ne sono 14, una guerra senza limiti che avvantaggia quelli che lavorano male, quelli che non guardano nulla e passano tutto e di più. Vince il più disonesto per intenderci perché di controlli sul campo, quelli veri, quelli fatti all’uscita del centro per verificare la corrispondenza dei valori rilevati, non ce ne sono mai stati e voi non avete mai fatto nulla per fare in modo che la legge venisse modificata per implementare un servizio di ispezione che, per il solo fatto di esistere, avrebbe risolto la stragrande maggioranza dei comportamenti illegali, di tecnici titolari e di tecnici dipendenti succubi dei titolari.

Detto questo, e dopo 25 anni di esperienza ce ne sarebbero veramente tante altre di cose da dire, passiamo al nuovo. Passiamo all’argomento Ispettore tecnico, alla sua abilitazione e al progetto di terziarizzazione del settore controlli, portato avanti da FEDRISPETTORI e da voi brutalmente combattuto. Quindi a voi va bene così, con gli ispettori iscritti a libro paga dei titolari dei centri o, meglio ancora, essi stessi titolari dell’officina. E in tutto questo sostenete che non vi sia nessun conflitto di interesse tra chi controlla e chi paga il controllore (nel caso dell’ispettore titolare, esso si paga da solo ed il conflitto è ancora più grande).

Perché ? Se è vero che siete d’accordo sulla terziarizzazione in ambito di revisioni di mezzi pesanti, perché non lo siete in ambito dei veicoli leggeri con massa =< a 35 q.li? Il principio di indipendenza del tecnico è esattamente lo stesso. Un dipendente non può, in nessuna circostanza, sostenere che non ha conflitti di interesse nella sua attività di controllo poiché viene pagato dal titolare alla fine del mese. Peggio ancora è il caso dell’ispettore che è anche titolare del centro. Una cosa senza giustificazioni. Come si può pretendere la sicurezza stradale con un sistema in cui l’80% dei centri è diretto in questo modo, con dipendenti o con tecnici titolari? E allora ben venga la richiesta, FORTE, degli ispettori che chiedono a gran voce la TERZIARIZZAZIONE. Il mio intento è quello di garantire la sicurezza stradale e la concorrenza leale, corretta. Non so se voi avete lo stesso obiettivo difendendo l’attività di dipendente del centro. Forse avete la necessità di difendere le migliaia di realtà che operano in questo modo e che, in ambito di terziarizzazione, non potendo più incidere sul risultato della revisione, abbandonerebbero il settore, tornando a fare quello che probabilmente sanno fare, il meccanico, il carrozziere o il gommista. E questo grido di libertà non è cosa semplice. Il lavoro autonomo, con rischio proprio, non è sempre migliore del tranquillo lavoro dipendente, con malattie, ferie e riposi pagati e via dicendo. Ma è un grido che si leva per cancellare 25 anni di attività di revisione facili, senza controlli e le spalle sempre al muro. Io la definirei ”voglia di cambiare le cose in meglio”. E con l’esperienza di chi sta sul campo, in trincea, e non di chi sta dietro la scrivania e cerca di salvaguardare gli interessi dei propri associati, anche se sono interessi che nulla hanno a che fare con il miglioramento del sistema e della sicurezza stradale. A scanso di equivoci (mi pare che non siete molto afferrati su questo) La direttiva 20147/45 UE, all’art 13 comma 4 (e non art 1 comma 3 punto 4 che non esiste neanche) recita: “Al momento di effettuare un controllo tecnico, l’ispettore deve essere esente da conflitti di interesse, in modo da assicurare, con piena soddisfazione dello stato membro e dell’autorità competente interessati, che è mantenuto un elevato livello di imparzialità e obiettività”. E’ sufficientemente chiaro? Non credo si debba pensare molto per capire che l’ispettore dipendente del titolare del centro ha un conflitto grande quanto una casa. E peggio ancora, in senso positivo per lui, il titolare ispettore è tutto un conflitto. E nemmeno c’è la distinzione fra ispettore di mezzi con massa < o > di 35 q.li.

Non ci sono davvero dubbi sul fatto che questa norma possa essere rispettata solo con la terziarizzazione, oppure con una assunzione di massa delle motorizzazioni per avere anche nei veicoli leggeri ciò che già oggi è possibile sui mezzi pesanti. Le così dette sedute esterne.

Finiamo con i corsi di abilitazione e con la verifica della professionalità degli ispettori attualmente operativi in base alle precedenti norme. Vorrei ricordare che dal 1997 fino ad aprile del 2011, in attesa dell’istituzione dei corsi e degli esami per responsabile tecnico, potevano operare e garantire la sicurezza stradale, tutti coloro che possedevano la maggiore età ed avevano i titoli scolastici richiesti. Quindi, il ragazzino diplomato all’IPIA (professionali) che magari ancora non aveva neanche la patente, una volta assunto e accreditato presso la motorizzazione di competenza diventava il RESPONSABILE TECNICO. Ma era in grado di farlo? E a chi importava questo? L’importante era rispettare le scadenze imposte dalla UE per il ritardo pazzesco nella revisione dei veicoli che da noi ancora si facevano ogni 10 anni e poi ogni 5. Stiamo parlando di 14 anni di regime transitorio in cui nessuno ha controllato la reale capacità di svolgere questo importante ruolo da parte di chi, solo con un titolo di studio, aveva la così detta FIRMA. Poi nel 2011 arrivano i corsi e gli esami. Gli esami non so, perché ancora non sono stati istituiti quelli ministeriali del nuovo regime, ma i corsi, cosa hanno in comune i corsi del 2011 con quelli previsti ora? NULLA. Ma proprio niente. Una differenza abissale di ore di studio. Allora, iscrivere nel registro coloro che sono già abilitati, senza fare un corso di aggiornamento (che sono già previsti) seguito però da esame di verifica non ha senso, se vogliamo garantire la sicurezza stradale. Abilitare le migliaia di tecnici esistenti con un sistema come quello descritto sopra, tutto da rifare, e una follia pura. Chi è preparato non avrà difficoltà ad andare avanti. Chi firma solo i referti ma non sa neanche come si mette in moto la macchina, giustamente passerà a qualche altra attività. E per finire, cosa volgiamo fare, una battaglia per non far fare l’esame di abilitazione per la revisione dei mezzi pesanti agli attuali ispettori tecnici che hanno fatto il corso di 50 ore che hanno sostenuto solo l’esame della commissione regionale? Io non ho veramente parole. Ma da questa domanda si capisce quanto poco siete interessati alla sicurezza stradale e quanto invece ai vs associati, tra i quali ci siamo anche noi, ma non ci sogneremmo mai, neanche lontanamente, di mettere in discussione l’esame ministeriale del futuro ispettore di mezzi pesanti. Non solo, oltre l’esame ministeriale, secondo il mio modesto parere dopo tantissimi anni di esperienza, aggiungerei un periodo di almeno 2/3 mesi di tirocinio presso le motorizzazioni o le sedi esterne, affiancati agli attuali funzionari MCTC, per fare esperienza sul campo e non solo sui libri.

Concludo, conscio del fatto che questa mia missiva non cambierà nulla nel vostro modo di operare, perché è palese che i centri che vi chiedono questo sono molto meno di quelli che vi chiedono di difendere l’impossibile e lo status quo, ma spero che si riesca a prendere atto del fatto che il settore va modificato, migliorato (molto), ma non nell’interesse degli esercenti commerciali ovvero i titolari delle officine, ma nell’interesse generale di un sistema corretto, controllato e funzionale, a difesa dell’obiettivo unico e imprescindibile, LA SICUREZZA DEI VEICOLI IN CIRCOLAZIONE. E se anche doveste riuscire ad imporre la vostra volontà ai nostri ministri e parlamentari, sappiate che l’illegalità delle vostre proposte, che evidentemente non eliminano il conflitto contemplato dalle norme UE, non scompare e sarà sempre contestabile. Con il cuore in mano vi invito a rivedere le vostre priorità ed una volta per tutte lavorate per il bene comune, di tutti i cittadini e degli operatori ONESTI. La richiesta dell’assenza di conflitto di interesse tra l’altro è una cosa, se ci pensate, ridicola. Mi viene da dire “ma chi è quello che costruisce un sistema in cui il controllore è controllato da chi gli da lo stipendio ? E’ talmente logico che lo si capisce al volo che non può essere così come è ora. Ma a volte, anche le cose logiche e giuste occorre imporle, per l’ignoranza e il lassismo della politica che ha lasciato questo settore per 25 anni con questi problemi.

Noi siamo pronti e non abbiamo nulla da temere da un sistema di ispettori esterni, anche perché la dirigenza di questo centro ha sempre difeso e garantito la totale autonomia degli ispettori, a discapito del conto economico, ma nel pieno rispetto della legge e delle regole morali.

Cordialmente.

Dott. Andreas Coni

 

 

 

Per gli operatori

Un weekend di fuoco per Revisioniautoblog. L’articolo pubblicato tra sabato e domenica non è piaciuto ad una parte del settore revisioni, quella “pizzicata” senza mezzi termini e mezze misure. Nulla di anomalo, se non le presunte argomentazioni morali utilizzate per screditare l’artefice, Diego Brambilla, quello che nonostante le accuse ci mette sempre la faccia (è sufficiente leggere in coda all’articolo il nome dell’autore, non è difficile). Chiudiamo sul nascere lo sterile processo per strumentalizzazione e sciacallaggio nel quale sarei imputato. No, non ero un amico di Piero Rista come tutti coloro che millantano di esserlo, ma ne ero venuto a contatto a più riprese in qualità di rappresentante di un’associazione di ispettori. Andavamo d’accordo? Non troppo. Piero aveva una ferma convinzione delle proprie idee ed argomentava dilungandosi all’inverosimile con riferimenti ad un epoca nella quale frequentavo la scuola elementare, o forse non ero ancora nato. C’era verso di fargli cambiare opinione? Macchè, su quello eravamo uguali: non mollavamo di una virgola. Vi lascio quindi immaginare le ore di conversazioni telefoniche spese senza mai arrivare al dunque, scambi di “pipponi” divergenti, ma dettati da una volontà comune: il desiderio di cambiare concretamente il settore. Il nostro essere combattivi, determinati e sovversivi, nonostante i fronti in un certo senso contrapposti – ora più che mai – era ciò che ci legava e di riflesso coinvolgeva lo spirito della organizzazioni che rappresentavamo. Che Asso-Car a trazione Luca Donna, il neo presidente a cui va il plauso per il traguardo dell’adeguamento ISTAT della tariffa di revisione, abbia quagliato maggiormente rispetto alla forma embrionale diretta da Rista è un dato di fatto, non si discute. E’ altrettanto fuori discussione però riconoscere che c’è stato un cambio di rotta di una portata tale da non poter essere ignorato: l’anima rivoluzionaria di Asso.Car, con la scomparsa di Piero, è venuta a mancare. – Solo uno stolto nel corso della vita non cambia opinione – diceva un vecchio aforisma, ma voi siete passati da un estremo all’altro!  Nel momento in cui un’organizzazione nata per  far valere l’indipendenza del centro “puro” sigla un’intesa con CNA e Confartigianato, vision e mission vanno automaticamente a farsi benedire. Non è così? L’immagine sottostante è tratta dal vostro sito.  . Prospettavate una svolta nella revisione dei veicoli, ma fate squadra con i conservatori, i rappresentanti delle autofficine e dei centri di revisione, due parti che non possono essere tutelate simultaneamente dal medesimo soggetto (e a questo proposito ricordo benissimo le affermazioni di Piero). Nella slide successiva, sempre tratta dal sito www.asso-car.it, vi sbilanciavate  in accuse gratuite ed infamanti cercando di interferire nelle preferenze degli automobilisti. “6 sicuro che il guasto rilevato dal centro revisioni “misto” c’era davvero”?  Come a voler dire che chi si occupa anche di autoriparazione è automaticamente un ladro. E’ poi il turno delle officine che si servono dei centri di controllo. “sei sicuro che quando porti le auto dei clienti al centro revisione “misto” conservi il cliente anche per le manutenzioni future”? Della serie: con noi puoi stringere rapporti commerciali seri, gli altri ti fregano, attento! Infine il messaggio rivolto agli ispettori: “6 sicuro che le pressioni eccessive che eventualmente ricevi non ti facciano andare oltre i livelli consentiti dal protocollo? (???) Questa è davvero curiosa, ma mi astengo da qualsiasi commento.

Insomma, avete etichettato in tutte le salse come delinquenti i centri di revisione che avevano come unica colpa l’essere conformi al principale modello prospettato dall’articolo 80, comma 8 del Codice della Strada, avete reagito costituendo un’associazione ed ora? Sorridete in una foto di gruppo con chi, fino all’altro ieri, dichiaravate di combattere. Tutto nella norma, anzi, in un certo la cosa mi rincuora perchè avvalora ciò che fin dall’inizio pensavo di voi. Posso esprimerlo liberamente senza che nessuno si offenda? Asso.Car è un’ottima trovata di marketing, nulla più. E’ un delitto? E’ un reato? No, è qualcosa di più che legittimo nel mercato libero, un mercato troppo libero nel quale ognuno, fondamentalmente, fa quel che vuole. I centri di controllo “puri”, le attività che nonostante la minoranza numerica processano il maggior numero di revisioni all’anno erano particolarmente penalizzate dall’incremento senza sosta di nuovi concorrenti, e pertanto hanno deciso di fare cartello. Aggiungere nuovi paletti normativi quali la separazione dell’attività di controllo tecnico dall’autoriparazione, oltre ad ostacolare le piccole, ma numerosissime attività già esistenti, rappresentava il perfetto deterrente alle nuove aperture. What else? Attività di lobbying venduta come battaglia per la salvaguardia della sicurezza stradale strumentalizzando una direttiva europea, la 2014/45ue, per quanto concerne l’eliminazione del conflitto d’interessi. Ecco quel che mi piaceva di voi, nonostante l’ipocrisia di fondo: il riferimento ad una norma che la controparte – controparte fino all’altro ieri – aveva tutto l’interesse di occultare o deformare. Di seguito una delle tante dimostrazioni pubbliche.

Volete sapere come penso si siano evolute le cose? Il fronte unico degli ispettori rappresentato dal sindacato Federispettori in meno di un anno di attività ha reso più concreto che mai lo spettro terzietà nella revisione dei veicoli leggeri. Ciò che fino a qualche anno fa non veniva nemmeno considerato alla lontana, ora è un impegno di governo ed è la base dell’esternalizzazione della revisioni dei pesanti disciplinata dal recentissimo DM446. Quale sarebbe la ratio di un doppio regime? Veicoli pesanti con ispettore indipendenti mentre nei leggeri si mantiene lo status-quo? Dai, non prendiamoci in giro, nonostante il velo di ipocrisia che ci avvolge comodamente occorrerebbe avere un minimo di onestà intellettuale. Screditate continuamente il modello del controllore superpartes, ma alla fine, come si suol dire, casca sempre l’asino ed emergono le reali motivazioni di questo antagonismo. Tale Claudio, mai visto ne sentito prima, oltre ad una valanga di argomentazioni fasulle si qualifica indicando il centro revisioni di proprietà. Incuriosito dalla ferocia dei commenti osservo il profilo pubblico Google e mi capita sott’occhio l’immagine di destra. Vedi Claudio, non si mette in dubbio l’autenticità della revisioni in se, che per quanto mi riguarda potrebbe essere al 100% regolare, è il messaggio che mandi ai tuoi clienti, ai tuoi concorrenti ed in questo caso a me, una persona che non ti conosce. Non ti giudico certo per quel furgone, bensì per ciò che sostieni pubblicamente rapportato alla foto: nell’insieme, non è sicuramente una buona presentazione. Quando affermi “mi sa tanto che vogliate comandare a casa d’altri”, in riferimento a coloro che vorrebbero attuare il modello degli ispettori indipendenti, a cosa ti riferisci? Di cosa hai paura? Certo, il tuo centro è il frutto dei tuoi sacrifici come imprenditore, ci mancherebbe, è “casa tua”, ma le regole non le detti tu, mi dispiace. Chiaro, semplice e conciso. Questa psicosi di un terzo che venga a dettare nuove regole a “casa vostra”, come vi piace interpretarlo, mi fa molto pensare. Molto. Nuove regole? E quali regole vigono ora? Discorso analogo per il tuo amico Mario, che nonostante un linguaggio un poco più forbito, alla fine esprime lo stesso concetto di una bassezza disarmante banalizzando l’ispettore libero professionista come “l‘rt che vuole fare lo sceriffo a casa d’altri”. Da quando in qua una figura che rappresenta la legge, perlomeno negli USA, è una forma di pericolo? Temi forse la legge, Mario? O ti sei spiegato male, oppure ho frainteso io, capita. Vedi Claudio, Mario, e tutti quelli quelli che la pensano come voi, sono molto preoccupato da questa visione generale, diametralmente opposta a quella dei colleghi imprenditori nel settore dei pesanti. Quando capirete che un esterno che “comanda”, (per usare un temine familiare) a casa vostra è una forma di tutela in primis per voi e per le vostre attività? Non che voi lo siate, ma vi rammento che quello più furbo e disonesto esiste da sempre, e sempre esisterà. E se un domani decidesse di aprire a 500mt dal vostro capannone? Siete certi che armi pari e regole comuni non saranno la vostra unica salvezza?

Pensateci.

FederispettoriPer gli operatori

  [maxbutton name=”FIRMA ORA!”]

IL CONTROLLO TECNICO DIFFERENZE TRA IL SISTEMA NAZIONALE ITALIANO E LE DIRETTIVE COMUNITARIE

CHI SIAMO

L’associazione FederIspettori nasce in Italia per volontà di un gruppo di ispettori tecnici di centri di revisione che, mossi dal malcontento generato da anni di esperienza in cui si è compreso come il sistema revisioni nazionale appaia del tutto inadeguato alla garanzia della sicurezza stradale nel territorio visti gli enormi conflitti di interesse in gioco e visto il lassismo dello Stato nel recepire in maniera efficace la Direttiva 2014/45/UE del 3 Aprile 2014, decidono di unirsi e di costituire fronte comune per aiutare a far capire meglio cosa succede realmente nei centri di controllo e per cercare di portare delle idee o delle possibili soluzioni alle problematiche riscontrate.

Il direttivo dell’associazione è composto dal presidente – ROBERTO FRIXIONE – dal vicepresidente – CARMELINO DI PASQUALE – e dal segretario nazionale – DIEGO BRAMBILLA.

IL DISEGNO DELL’UNIONE EUROPEA

La prima direttiva comunitaria che ha come oggetto il ravvicinamento delle legislazioni degli Stati membri in materia di controllo tecnico dei veicoli a motore e dei loro rimorchi è la 77/143/CEE del 29 Dicembre 1976. Nonostante fosse un documento relativamente scarno rispetto alle attuali direttive e regolamenti, fra le prime righe risultava inequivocabilmente la finalità, una diretta conseguenza al principio fondante dell’UE della libera circolazione delle persone, delle merci e quindi dei veicoli:

“considerando che l’attuazione di una politica comune dei trasporti richiede, tra l ‘ altro, che la circolazione di alcuni veicoli nel territorio comunitario si svolga nelle migliori condizioni, sia sul piano della sicurezza, sia su quello delle condizioni di concorrenza fra trasportatori dei diversi Stati membri”

Risultava – e risulta tutt’ora – indispensabile un sistema comunitario che consenta di equiparare le ispezioni tecniche dei veicoli in tutto il territorio, un sistema le cui fondamenta vengono costruite con la direttiva 96/96/CE del 20 Dicembre 1996 che abroga la 77/143/CEE. Tale direttiva, oltre ad aggiornare al progresso le varie norme tecniche come conseguenza all’evoluzione dei veicoli, fissa le basi dei centri di controllo privati. Si riporta di seguito l’art. 2 della stessa:

“Il controllo tecnico previsto dalla presente direttiva deve essere effettuato dallo Stato a da organismi a vocazione pubblica incaricati di tale compito oppure da organismi o impianti da esso designati, di natura eventualmente privata, debitamente autorizzati e che agiscono sotto la sua diretta sorveglianza. Quando impianti designati quali centri di controllo tecnico dei veicoli operano anche come officine per la riparazione dei veicoli, gli Stati membri si adoperano in modo particolare affinché siano garantite l’obiettività e l’elevata qualità di tali controlli.”

Trattandosi di salvaguardia della sicurezza stradale – un interesse sociale – è evidente la natura pubblica delle strutture designate dalla direttiva col nome di centri di controllo. Viene chiaramente concessa la possibilità di affidare tale incarico ad imprese private ma ad una condizione che non è assolutamente opzionale, una condizione che rappresenta la garanzia della qualità dei controlli effettuati. Una condizione che, qualora non dovesse sussistere, delegittimerebbe la natura stessa delle strutture. Per giunta, l’ipotesi di centri di controllo affiancati alle autofficine rappresenterebbe un’ulteriore punto cruciale visto il conflitto d’interessi innato tra riparazione e controllo tecnico, quindi tra lavorazione e certificazione. Può il certificatore di un veicolo essere il riparatore dello stesso? Secondo la direttiva 96/96/CE sì, ma ad una condizione: deve essere garantita l’obiettività e l’elevata qualità dei controlli.

In Italia l’affidamento alle imprese private ad imprese privata del compito della revisione ministeriale è disciplinato dal Codice della Strada, D.Lgs 285/92, e dal relativo Regolamento di attuazione, D.P.R. 495/92. All’art. 80 del D.Lgs 285/92:

“Il Ministro dei trasporti, al fine di assicurare in relazione a particolari e contingenti situazioni operative degli uffici competenti del Dipartimento per i trasporti terrestri, il rispetto dei termini previsti per le revisioni periodiche dei veicoli a motore capaci di contenere al massimo 16 persone compreso il conducente, o con massa complessiva a pieno carico fino a 3,5 t,, può per singole province individuate con proprio decreto affidare in concessione quinquennale le suddette revisioni ad imprese di autoriparazione che svolgono la propria attività nel campo della meccanica e motoristica, carrozzeria, elettrauto e gommista ovvero ad imprese che, esercendo in prevalenza attività di commercio di veicoli, esercitino altresì, con carattere strumentale o accessorio, l’attività di autoriparazione. Tali imprese devono essere iscritte nel registro delle imprese esercenti attività di autoriparazione di cui all’art. 2, comma 1, della legge 5 febbraio 1992, n. 122. Le suddette revisioni possono essere altresì affidate in concessione ai consorzi e alle società consortili, anche in forma di cooperativa, appositamente costituiti tra imprese iscritte ognuna almeno in una diversa sezione del medesimo registro, in modo da garantire l’iscrizione in tutte e quattro le sezioni.”

L’Italia, sin dagli albori, non solo non ha attuato un sistema per evitare i conflitti d’interesse tra officine e centri di controllo ma ha fissato come requisito indispensabile per la concessione dell’attività di centro di revisione il possesso delle cosiddette categorie (meccanico, elettrauto gommista, carrozziere). Pertanto il legame tra i centri di controllo e le officine è inevitabile, anche nel caso dei “consorzi”, centri di controllo nati dall’accordo fra più autofficine o imprese che operano nel campo dell’autoriparazione. Per quanto questo sistema non violi alcun passaggio della direttiva 96/96/CE, sarebbe utile comprendere come lo Stato membro, in questo caso l’Italia, garantisca la supervisione sulle imprese mediante il Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti. Non potendo dimostrarne l’inefficacia, si comincia con alcuni dati ed alcune testimonianze dal mondo della stampa e della televisione:

STRISCIA LA NOTIZIA (Revisioni da rivedere) del 23/12/2017 (clic su immagine):

QUATTRORUOTE (Revisioni truccate) del 26/06/2020 (clic su immagine):

CORRIERE ADRIATICO (Firmavano i morti) del 18/02/2014 (clic su immagine):

NOTIZIARIO MOTORISTICO (Revisioni, ancora poca serietà) del 01/03/2003 (clic su immagine):

QUATTRORUOTE (Alla faccia della sicurezza) di Luglio 2020 (clic su immagine, PDF):

AUTOOGGI (Il giallo delle revisioni) di Settembre 2001 (clic su immagine, PDF):

Nel frattempo i centri di controllo sono aumentati numericamente in maniera esponenziale: uno dei grafici più rappresentativi dell’opera di indagine di mercato eseguita dal dott. Andrea Da Lisca con il suo “Osservatorio Revisione Veicoli” dimostra come, in un lasso di tempo che va dal 2006 al 2015
c’è stata una “media” di aperture annue di centri di controllo auto di circa 300 unità, aumentando i centri di revisione da 5508 a 8143 unità, un tasso di crescita del 47,8%:

Se poi aggiungiamo un ulteriore tassello al mosaico mostrando l’aumento dei centri di revisione auto dal 2011 al 2020, quindi in piena era MCTC-Net 2, si scopre che si è arrivati a 9143 unità, un tasso di crescita del 32,5%:

Se ne deduce pertanto che nel periodo di tempo che va dall’anno 2006 (con 5508 unità) all’anno 2020 (con 9143 unità), il tasso di crescita sale vertiginosamente al 66%, numeri veramente troppo elevati per il volume di parco circolante del nostro Paese che nel frattempo non è aumentato a quei livelli: logico che si arrivi, come è ben sottolineato nel documento del dott. Da Lisca, in una diminuzione del revisionato pro-capite e quindi in volumi di affari ridotti. Risulta dunque fisiologico aumentare la concorrenza – con tutti i mezzi possibili.

Nel mentre la carenza di personale della Motorizzazione diventa sempre più un problema. Crescono le realtà da controllare ma diminuisce il personale incaricato ai controlli, personale adibito perlopiù a ruoli amministrativi e distante anni luce dalla pratica delle revisioni ministeriali. Chi verifica i centri di controllo, infine, con ogni probabilità non ha mai effettuato in prima persona una revisione ministeriale.
E se per quanto riguarda il passato remoto ci si può solo appellare a meri fatti di cronaca, dall’anno 2015 in poi ogni singola prova ed ogni dato rilevato in uno qualsiasi degli ormai oltre 9000 centri di controllo in Italia rimane tracciato ed archiviato nel database della Motorizzazione Civile: un passaggio, questo, che avrebbe dovuto nelle intenzioni iniziali contrastare il fenomeno delle “revisioni facili” o quantomeno dimostrare l’inefficacia dei controlli da parte della Motorizzazione.
Si tratta del protocollo MCTC-Net 2, un sistema largamente voluto dalla Direzione Generale della Motorizzazione Civile e che ha comportato un investimento notevole da parte di tutti i centri di controllo/autofficine, qui di seguito riportato dal Capitolato Unico di MCTC-Net 2 (clic su immagine):

Questo sistema, sin dal principio, ha dimostrato l’inefficacia del protocollo che, in teoria, avrebbe dovuto impedire la falsificazione delle prove strumentali. È stata introdotta tra le attrezzature obbligatorie una fotocamera per certificare la presenza del veicolo in sede, un sensore di pressione/temperatura per garantire che durante l’effettuazione dell’analisi gas la sonda di rilievo sia effettivamente inserita nello scarico, un sistema automatico di rilevamento dell’inclinazione del proiettore per impedire che la prova venga condotta senza rispettare le prescrizioni, e ancora un aggiornamento software del frenometro che in caso non venga utilizzato il misuratore sforzo pedale (rilevamento pari a 0 Newton) impedisca di terminare la prova. Un controllo informatico che tuttavia viene eluso con semplicità poiché è sufficiente sostituire il veicolo sotto revisione con uno più
efficiente per far sembrare regolare un veicolo con carenze pericolose. Persino la fotocamera viene elusa posizionando una fotografia del veicolo davanti allo strumento, un veicolo chiaramente non presente in sede di controllo E qui – nuovamente – emerge l’inadeguatezza della Motorizzazione
Civile italiana. Durante il convegno tenutosi al Politecnico di Milano nel 2016, il dirigente Ing. Stefano Baccarini mostra con orgoglio il potenziale di questo nuovo sistema, soprattutto il database contenente tutti i dati rilevati di tutte le prove tecniche effettuate in Italia, un sistema che ormai immagazzina dati da 7 anni.

Senza il minimo dispendio di energie – e qui decade la giustificazione della mancanza di personale da parte della Motorizzazione – sarebbe elementare rilevare i dati anomali. Lo consentono i più semplici sistemi di intelligenza artificiale, calcoli come la funzione MEDIA che consente di rilevare i dati fuori dai parametri definiti “normali” rispetto a tutti quelli rilevati durante le revisioni (quindi anomalie per eccesso o per difetto), oppure il confronto con i dati tecnici forniti dal costruttore. Ed in questo caso dovrebbero emergere tutte le revisioni effettuate con altri veicoli, oppure le semplici prove falsificate. Veicoli NON catalitici risultanti inquinanti come un recentissimo veicolo EURO-6, efficienze luminose, dell’avvisatore acustico o frenanti di veicoli che – per costruzione – non hanno una notevole efficacia risultanti quindi sproporzionati ed infine masse rilevate inferiori o superiori alla norma. Come può – per esempio – un veicolo risultare più leggero della tara dichiarata dal costruttore, anche di qualche centinaio di chili (caratteristica costruttiva riportata sulla carta di circolazione)?

Nelle immagini seguenti: revisione ministeriale nello stesso centro di controllo di due ciclomotori formalmente identici per omologazione ma che vantano due prove gas completamente diverse tra loro, con una di esse palesemente non conforme al veicolo (valori di idrocarburi incombusti HC troppo bassi, da automobile Euro5/Euro6 “casualmente” di fronte al veicolo stesso e non da un motore monocilindrico 2 tempi che ha una “media” di 4000/5000 HC):

Stessi ciclomotori, prova luminosità fari: la “media” per veicoli di questo tipo per la prova anabbaglianti è sui 1000lux (i ciclomotori, lo ricordiamo, non hanno per gli anabbaglianti valori minimi necessari in revisione), uno dei due però supera i 20.000lux, una luce equiparabile ad un buon impianto automobilistico:

Si ispezioni il database per avere un’idea di come vengono effettuate le revisioni in Italia facendo caso anche ad un altro dato importante: la percentuale di controlli promossi rispetto al totale. Si presti particolare attenzione ai referti delle analisi gas di scarico dei veicoli o alle misurazioni dei livelli di opacità nei veicoli diesel: i dispositivi antinquinamento, come è noto, contengono metalli preziosi ed hanno quindi costi di sostituzione notevoli considerando che la rottura solitamente avviene quando il veicolo è ormai vetusto quindi di poco valore. Numerose inchieste hanno largamente dimostrato la prassi di manomettere tali dispositivi ingannando la centralina motore: si pensi ad esempio al filtro antiparticolato dei veicoli diesel (FAP) che, in caso di malfunzionamento o intasamento per mancate rigenerazioni, viene bypassato da meccanici compiacenti piuttosto che sostituito dati i costi dell’operazione. In sede di revisione la manomissione sarebbe facilmente individuabile, dal momento che i veicoli equipaggiati di FAP vantano un indice di opacità allo scarico dal valore molto basso ed una alterazione sarebbe visivamente subito scoperta. Ma nella realtà succede davvero così? Si veda l’inchiesta di Striscia la Notizia, datata 9 Gennaio 2020, proprio su quest’argomento (clic su immagine):

Dai referti delle revisioni ministeriali tuttavia sembrerebbe che la quasi totalità dei veicoli sia perfettamente in regola con le emissioni inquinanti, un dato lontano dalla realtà. Nel 2017 è andato in onda un servizio durante il programma “Mi Manda Rai 3” dove Vincenzo Borgomeo, giornalista, porta alla luce questo dato: solo lo 0,1% delle revisioni effettuate nei centri di revisione privati viene bocciato alla revisione ministeriale, indice di un parco circolante giovane e ben tenuto… apparentemente. Ma non è così (clic su immagine):

Segnale di una cultura stupefacente della sicurezza stradale in Italia oppure – purtroppo – di controlli ispettivi palesemente falsi (clic su immagine):

Altra nota, a dimostrazione sia dell’inefficacia dei centri di controllo privati che dell’ente di sorveglianza (la Motorizzazione Civile) sono le norme per la concessione della funzione di centro revisioni alle officine. Nell’art.239 del DPR. 495/92 vengono fissati i requisiti dimensionali dei locali dove verranno effettuate le revisioni:

“3. Le imprese per le quali sono rilasciati gli atti di concessione devono essere dotate di locali che, oltre a possedere le prescritte autorizzazioni amministrative, devono avere:

  1.  superficie di officina non inferiore 120 mq;

  2.  larghezza, lato ingresso, non inferiore a 6 m;

  3.  ingresso avente larghezza e altezza rispettivamente non inferiori a 2,50 m e 3,50 m.”

Nessun riferimento all’altezza dei locali, che in molti casi supera di poco i 3,50 metri dell’altezza del portone di ingresso, una caratteristica incompatibile con la revisione ministeriale dei veicoli particolarmente alti (autocarri, autocaravan, minibus). La parte più importante del controllo tecnico verte infatti nell’analisi del sottoscocca ove è possibile rilevare perdite di olio motore o carburante, analizzare i giunti omocinetici, lo stato generale dell’asse anteriore, l’interno degli pneumatici, lo stato generale del telaio, della linea di scarico etc.

Una buona fetta dei centri di controllo autorizzati in Italia non può quindi svolgere nel modo corretto le revisioni ministeriali anche se, ad onore del vero, il sollevamento sul ponte con prova giochi risulta comunque una pratica poco utilizzata come testimonia spesso l’utenza incredula nel vedere svolta una prova espressamente prevista dalla normativa. Inoltre, in un processo di revisione informatizzato come quello italiano, l’unico test per il quale non è previsto controllo informatico (ora inizio, ora fine, sensore di sollevamento del ponte) è proprio l’analisi sottoscocca – prova-giochi, un controllo che quasi sempre non figura sottraendo dal tempo totale della revisione ministeriale quello delle singole prove (15, 20 minuti al MASSIMO di ispezione per 66,88€ di tariffa ministeriale, 79,02€ non appena verrà attuata la legge di Bilancio 2021).

Si conclude questa prima parte di documento segnalando che a partire dal 2017 è attivo il servizio web “Portale dell’Automobilista”, sito online gestito dal Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti e rivolto sia agli operatori di settore che all’utente privato, che consente di verificare il valore chilometrico rilevato attraverso la lettura dell’odometro del veicolo in sede di revisione: l’intento è di mitigare le truffe di veicoli con chilometraggio scalato prima di essere rivenduti, di fatto senza ottenere grossi risultati. Fare clic sulle immagini:

Il servizio consente altresì di verificare con precisione il giorno nel quale viene effettuata una revisione ministeriale da parte di un centro di controllo. Veicoli risultati pericolosi da una ispezione preliminare visiva da parte di meccanici o altre figure operanti nel centro di controllo risultano dopo poche ore dal controllo con revisione ministeriale “regolare”, in un lasso di tempo che non consentirebbe l’adeguata riparazione del veicolo. Inoltre non esiste uno strumento diretto per segnalare questo genere di incombenze all’autorità competente (la Motorizzazione Civile) che, considerata la già citata carenza di personale e gli strumenti di cui già dispongono, dovrebbe cooperare con i (pochi) centri di controllo che denunciano irregolarità.

LE CAUSE

La prima parte della relazione dimostra lo stato dei centri di controllo in Italia, attività private che risultano ormai definitivamente sfuggite dal controllo dello Stato. In quanto tali “vendono” la revisione ministeriale – o più precisamente l’attestato di superamento della stessa – come fosse un comune bene o servizio sottoposto alle normali logiche di mercato e l’offerta viene costruita conformemente alla domanda: ispezioni regolari, rapide e possibilmente ad un prezzo scontato rispetto alla tariffa imposta dal Ministero dei Trasporti. Chi opera in ottemperanza alla legge o anche chi cerca solo di adottare standard qualitativi approssimativamente accettabili viene scartato dall’utenza a favore di chi garantisce un’offerta conforme alla domanda. Il successo imprenditoriale dei centri di controllo in Italia è, tranne rari casi, inversamente proporzionale alla qualità dei controlli e chi dovrebbe vigilare non garantisce la salvaguardia di un regime di concorrenza sana ed etica.

DALL’EUROPA LA SOLUZIONE, MA L’ITALIA NON RECEPISCE

La direttiva 2014/45/UE del 3 Aprile 2014, che abroga la precedente 96/96/CEE, aggiunge un importante tassello al quadro generale del sistema revisioni: l’ispettore, l’operatore che effettua la revisione ministeriale e detiene tutte le responsabilità civili e penali. In Italia una figura professionale era già normata dal diritto nazionale, il cosiddetto “responsabile tecnico” i cui requisiti erano elencati all’art. 240 del regolamento di attuazione al Codice della Strada D.P.R. 495/92:

“1. I requisiti personali e professionali del titolare dell’impresa individuale, quando questa si avvalga di una sola sede operativa, o in sua vece e negli altri casi, ivi compresi i consorzi, del responsabile tecnico, sono i seguenti:
a) avere raggiunto la maggiore età;
b) non essere e non essere stato sottoposto a misure restrittive di sicurezza personale o a misure di prevenzione;
c) non essere e non essere stato interdetto o inabilitato o dichiarato fallito ovvero non avere in corso procedimento per dichiarazione di fallimento;
d) essere cittadino italiano o di, altro Stato membro della Comunità Europea, ovvero di uno Stato anche non appartenente alla Comunità Europea, con cui sia operante specifica condizione di reciprocità;
e) non avere riportato condanne per delitti, anche colposi e non essere stato ammesso a godere dei benefici previsti dall’articolo 444 del codice di procedura penale e non essere sottoposto a procedimenti penali;
f) essere fisicamente idoneo all’esercizio dell’attività in base a certificazione rilasciata dal competente organo sanitario del Comune di esercizio dell’attività;
g) aver conseguito un diploma di perito industriale, di geometra o di maturità scientifica ovvero un diploma di laurea o di laurea breve in ingegneria;
h) aver superato un apposito corso di formazione organizzato secondo le modalità stabilite dal Dipartimento dei trasporti terrestri

2. Il responsabile tecnico deve inoltre svolgere la propria attività in maniera continuativa presso la sede operativa dell’impresa o presso il consorzio cui è stata rilasciata la concessione stessa. Il responsabile tecnico non può operare presso più di una sede operativa di impresa o presso più di un consorzio che effettui il servizio di revisione ed è tenuto a presenziare e certificare personalmente tutte le fasi delle operazioni di revisione che si riferiscono alla sua responsabilità. In caso di temporanea assenza od impedimento del responsabile tecnico, quest’ultimo può essere sostituito, per un periodo non superiore a trenta giorni l’anno, dai soggetti e con i criteri stabiliti dal Dipartimento dei trasporti terrestri”

In ottemperanza alla norma, il responsabile tecnico è quindi un meccanico, considerando il legame obbligatorio tra centri di revisione ed autofficine, dipendente a tempo indeterminato: inoltre deve svolgere la propria attività in maniera continuativa presso la sede operativa. In alternativa, si tratta del titolare stesso dell’impresa, una figura incompatibile con la dichiarazione di intenti dell’Unione Europea, chiaramente espressa al considerando n.34 della direttiva 2014/45 UE:

“È opportuno che gli ispettori, durante l’effettuazione dei controlli, agiscano in modo indipendente e che il loro giudizio non sia condizionato da conflitti di interesse, compresi quelli di natura economico o personale. È opportuno che il compenso degli ispettori non sia direttamente collegato ai risultati dei controlli tecnici. Gli Stati membri dovrebbero poter prescrivere requisiti in materia di separazione delle attività o autorizzare un organismo privato
a effettuare i controlli tecnici e le riparazioni di veicoli, anche sullo stesso veicolo, qualora l’organo di controllo abbia accertato positivamente che resta mantenuto un elevato livello di obiettività.”.

Il compenso dell’ispettore, nel caso la figura coincida con quella dell’imprenditore titolare dell’impresa, non si può ritenere formalmente legato all’esito del controllo ma, come precedentemente dimostrato, minore è la severità dei controlli e maggiore è il fatturato. E questa dinamica risulta ancora peggiore quando si ripercuote sull’ispettore dipendente, il fattore che ha determinato la nascita dell’associazione Federispettori. Può un lavoratore “dipendente” essere indipendente secondo la linea guida dell’Unione Europea? Quanto ai requisiti in materia di separazione della attività, già anticipati dalla direttiva 96/96/CE, in Italia sono inattuabili visto il legame indissolubile imposto dalla normativa italiana che ha legittimato i centri di controllo fino ad oggi con le autofficine. Ogni provvedimento nazionale in questa direzione sarebbe fittizio, utile semplicemente a fingere di recepire un cambiamento senza poi attuarlo sul piano pratico. Due attività sotto allo stesso tetto e con gli stessi proprietari possono essere indipendenti? Si possono ritenere separate e senza conflitti d’interesse? La soluzione più efficace e maggiormente “indolore” per la salvaguardia della sicurezza stradale e per le imprese nazionali è l’attuazione del principio di terzietà per quanto riguarda gli ispettori. Un sistema che alimenti la naturale contrapposizione tra due categorie – quella dell’imprenditore e quella dell’ispettore – a garanzia della qualità dei controlli. Nelle immagini seguenti: possono coesistere nella stessa realtà imprenditoriale un centro revisioni ed un centro elaborazione centraline/FAP/EGR? Se io titolare dell’officina elaboro la centralina motore del tuo veicolo potrò poi rifiutarmi di effettuare la revisione del tuo veicolo o – addirittura – darti esito irregolare presso il mio centro?

[IMMAGINE CENSURATA]

Anche la risoluzione 2019/2205(INI) relativa all’attuazione degli aspetti di sicurezza stradale nel “pacchetto controllo tecnici” approvata martedì 27 Aprile 2021 al punto 19 rimarca il principio:

19. ribadisce la necessità di adottare misure volte a garantire l’indipendenza degli ispettori e degli organismi di controllo dal settore del commercio, della manutenzione e della riparazione dei veicoli, al fine di evitare conflitti di interesse finanziari, anche per quanto riguarda il controllo delle emissioni, fornendo nel contempo maggiori garanzie in termini di responsabilità civile per tutte le parti;

Tali misure sono indispensabili soprattutto per garantire che sia effettivamente l’ispettore ad eseguire tutte le operazioni della revisione ministeriale che certifica. Il ruolo di “responsabile tecnico” di cui all’art. 240 del D.PR. 295/92 infatti, requisito fondamentale per ottenere l’abilitazione del centro di controllo, era semplicemente un attestato che molto spesso veniva ottenuto dal titolare dell’autofficina/centro revisioni ma le operazioni venivano svolte da altro personale NON qualificato, talvolta anche “apprendisti” considerata la semplicità con cui vengono svolte le revisioni in Italia. Da questa realtà ne deriva una ben più grave, per giunta legittimata del comma 3 dell’art. 13 della direttiva 2014/45/UE:

“3. Gli ispettori impiegati o autorizzati da autorità competenti degli Stati membri o da un centro di controllo al 20 maggio 2018 sono esentati dai requisiti di cui all’allegato IV, punto 1.”

Queste figure, null’altro che dei prestanome – figure fittizie solo perché esisteva un vincolo di legge – sono ora equiparate agli ispettori i cui requisiti di competenza e formazione in ottemperanza alla direttiva 2014/45/UE sono fissati dall’accordo Stato Regione n.65 C.s.r. del 19/04/2019.

Per accedere al ruolo, molto brevemente, sono richiesti 3 anni comprovati di esperienza nel settore ed il superamento di un esame al termine di un corso di 296 ore (176 per i candidati in possesso di laurea in ingegneria), un percorso formativo che non ha nulla a che vedere con quello precedente. Per diventare “responsabile tecnico” era sufficiente, per avere le qualifiche necessarie alle revisioni ministeriali dei veicoli di categoria “L” (motoveicoli e ciclomotori), un corso di 24 ore minime mentre per tutti i veicoli a motore (quindi categorie L, M1 ed N1) un corso di 30 ore minime, riscontrabile ad esempio nel Decreto del Dirigente di Struttura (Regione Lombardia) 28-05-2009, n. 5350. Ulteriori dettagli sono contenuti nella deliberazione 12/06/2003 della CONFERENZA PERMANENTE PER I RAPPORTI TRA LO STATO, LE REGIONI E LE PROVINCIE AUTONOME DI TRENTO E BOLZANO: in definitiva nessun obbligo di esperienza pregressa nel settore ed un ingresso ai corsi riservato a titoli di studio poco pertinenti con il settore automobilistico (geometra, maturità scientifica) oppure a diplomi tecnici non legati al settore revisioni (istituti tecnici meccanici ed elettronici). Ne consegue che un qualsiasi neodiplomato con un corso full-immersion di una settimana circa otteneva la qualifica necessaria ad operare come responsabile tecnico: alcuni di questi poi garantivano il 99% dei promossi con esame finale effettuato nella stessa sede del corso da funzionari pubblici sulla cui indipendenza poteva esserci più di qualche dubbio. Si veda a titolo di esempio l’immagine di un corso di formazione che adotta una strategia di acquisizione candidati perlomeno “singolare”:

 

La totalità degli ispettori abilitati in Italia, ad oggi, ha questo genere di formazione in quanto si tratta di responsabili tecnici “convertiti” in ottemperanza al sopra citato comma 3 dell’art. 13 della 2014/45/UE. I nuovi corsi di formazione sono stati avviati ufficialmente dopo il 19/04/2019, a quasi due anni di ritardo dal recepimento della direttiva con DM 214 DEL 17 Maggio 2017, una situazione che ha causato non poco disagio all’intero settore.

Ad oggi, Giugno 2021, non sono ancora stati deliberati gli esami in quanto manca un decreto del Ministero dei Trasporti (Motorizzazione) per determinare modalità e commissioni d’esame, che con buona probabilità saranno funzionari pubblici che non hanno mai effettuato una revisione ministeriale. Nessun ispettore quindi, ai sensi dell’art. 13 della 2014/45/UE, ma solo vecchi responsabili tecnici convertiti le cui competenze andrebbero anzitutto censite: molti di questi non operano da decenni ed anche per quelli che vorrebbero mantenere la qualifica è necessaria una valutazione dello stato di conoscenze ed abilità. Per questo sarebbero stati istituiti dei corsi di aggiornamento triennali che però attendono anch’essi dei decreti attuativi per poter partire.

Per concludere, si segnalano che gli unici cambiamenti concreti, per effetto del recepimento della direttiva comunitaria, sono le disposizioni contenute all’interno del decreto dirigenziale 211/18: fra queste, relativamente agli ispettori, all’art. 7 viene disposto il blocco della formazione secondo i “vecchi” requisiti”:

“Art. 7 (Ispettori): i responsabili tecnici già abilitati o abilitati alla data del 20 maggio 2018 continuano ad operare come previsto dall’art. 13 comma 2 del D.M.A partire dal 20 maggio 2018 gli ispettori tecnici dei centri di controllo privati dovranno soddisfare i requisiti minimi di cui all’art. 13 del D.M.In attuazione del sopracitato articolo è in corso di definizione il previsto provvedimento del Ministero, da adottarsi nel rispetto delle competenze tra enti amministrativi e tenuto conto delle disposizioni da impartire ai sensi dell’art. 14 del D.M.I candidati che hanno partecipato ai corsi secondo le modalità previgenti e che si concluderanno entro il 20 maggio 2018, dovranno effettuare l’esame entro il 31 agosto 2018”

Ne consegue che il “sostituto responsabile tecnico”, una figura definita in Italia con decreto ministeriale 30 Aprile 2003 non può più operare, come precisato nella circolare della Direzione Generale Territoriale del Nord Ovest, qui di seguito riportata:

Tale figura, i cui requisiti minimi si riportano di seguito, è chiaramente incompatibile con l’art. 13 della 2014/45/UE:

Requisiti del richiedente:

La richiesta deve essere inoltrata dal titolare/legale rappresentante dell’Impresa titolare di autorizzazione per l’esercizio di attività di revisione. I requisiti richiesti al Sostituto del Responsabile tecnico, fissati dal D.M. 30/04/2003 sopra citato, sono:

1. aver superato il corso di formazione di cui all’art. 240, comma 1, lettera h), del decreto del Presidente della Repubblica n. 495 del 1992 oppure:

2. essere dipendente dell’Impresa titolare dell’autorizzazione provinciale all’esercizio dell’attività di revisione, da almeno 3 anni con una delle seguenti qualifiche professionali ovvero essere socio lavoratore regolarmente iscritto al libro matricola INAIL (note DTTSIS lettera prot n. 4973/M del 19/1/2004): – operaio specializzato (contratto metalmeccanici imprese artigiane); – operaio specializzato provetto (contratto terzo livello commercio)

oppure

1. ai sensi della delibera Regionale n. 2618/04 essere titolare di autorizzazione all’esercizio dell’attività di revisione periodica dei veicoli a motore ed aver conseguito attestato di abilitazione per l’esercizio dell’attività di sostituto del responsabile tecnico.”

Un comune meccanico, quindi, dipendente dell’impresa e senza un diploma di scuola secondaria. Si segnala che l’associazione di categoria degli artigiani “CNA” sezione Liguria ha presentato e vinto il ricorso al TAR del Lazio contro la Direzione generale della Motorizzazione contro quella che a loro parere era una “delegittimazione arbitraria dei sostituti temporanei dei responsabili tecnici”.

Altra segnalazione riguarda il ricorso, sempre al TAR del Lazio, di un gruppo di firmatari (i cui nomi sono stati omessi sia qui sia nel documento per motivi di privacy) nella quale viene richiesto l’annullamento dell’accordo Stato Regione n.65 C.s.r. del 19/04/2019, in quanto vengono considerate “eccessive“ le ore di formazione decise in ultima analisi perché in sostanza “il lavoro dell’ispettore tecnico non prefigura una formazione tanto accurata in quanto solo controllore di macchinari o operatore di sistemi informatici”. Si cita testualmente (qui il documento integrale):

“L’Accordo impugnato invero, come si è visto, impone per i nuovi “ispettori” oltreché un diploma quadriennale o una laurea in ingegneria, un tirocinio di tre anni ridotto a sei mesi per i laureati e tre moduli di formazione (rispettivamente di centoventi ore, di centosettantasei ore e di cinquanta ore), due esami di abilitazione ed una iscrizione in “apposito registro”. Sicché un giovane diplomato, per esercitare l’attività di “ispettore”, deve seguire un percorso di studio, tirocinio, formazione ed esami di otto o nove anni! A ciò si contrappone tuttavia un’attività particolarmente semplice ed essenzialmente gestita mediante macchinari tecnologici e rilevatori di dati

Ed ancora:

Si tratta di attività eseguite per la quasi totalità da apposite apparecchiature dotate di sistemi di misurazione immodificabili e che emettono un referto informatico inalterabile. A ciò si aggiunga, che l’Italia è l’unico paese della Comunità Europea il quale ha introdotto dal 2015 l’obbligo nei “centri di revisione” del protocollo informatico denominato MCTC/NET 2, con cui si preclude all’operatore qualunque ingerenza sui dati delle prove (rendendo di fatto l’ispettore un operatore tecnico di sistemi informatici). In tale contesto, i contenuti dell’Accordo impugnato risultano palesemente sproporzionati ed esorbitanti quanto alla loro adeguatezza, rispetto agli elementari compiti da espletare.”.

Il ricorso è stato respinto, con ordinanza TAR n. 4227/2019, in quanto si cita testualmente:

“non sono ravvisabili profili di pregiudizio imminente e irreparabile”

Non dandosi per sconfitti i firmatari ribadiscono, con un’altra istanza al TAR, la loro posizione sottolineando come non solo i corsi di formazione siano partiti a costi elevati, ma anche che questo pregiudichi il mercato: meno ispettori tecnici, meno linee di revisione, meno introiti per i rivenditori di attrezzature e di tarature periodiche. Non si può fare a meno di notare come nel nostro Paese si cerchi di tentare qualsiasi strada percorribile pur di non recepire la 2014/45/UE, anche da parte di alcune associazioni di categoria (clic su immagine):

Per un ente di formazione, poi, è paradossalmente preferibile in Italia formare tanti ispettori tecnici a poco prezzo piuttosto che pochi – con una formazione peraltro migliore – a prezzo più elevato. Un altro problema del nostro Paese, ben più grave, è la patologica mancanza di qualsiasi senso civico, di convivenza civile e di sicurezza stradale: in molti paesi dell’Unione Europea le “special” (veicoli basati su motociclette di vecchia generazione rielaborate e modificate in tutte le loro parti – anche tagliando parti di telaio – rendendole di fatto irriconoscibili dalle fiche di omologazione originarie) vengono omologate come esemplare unico dopo attente analisi da parte di enti terzi che ne certificano la sicurezza (si veda ad esempio il TÜV in Germania): solo così potrebbero circolare su strada e, di conseguenza, effettuare la revisione ministeriale qualora fosse prevista (in Francia, ad esempio, non è prevista per la categoria L). In Italia si cerca invece il centro di controllo compiacente per revisionare veicoli che, di fatto, non hanno passato alcun test di sicurezza.

E lo si fa senza problemi, alla luce del sole: in un gruppo aperto Facebook, ad esempio:

Si parte da una semplice domanda: come si fa con la propria “special” al momento della revisione?

Il campionario è davvero variegato: si passa dal cercare il centro che revisiona tutto alle modalità per farlo. Chi lascia il veicolo per qualche giorno al centro di controllo, chi paga di più, chi prende in carico i mezzi dichiarando di poterli revisionare senza problemi, chi si spinge oltre rivelando l’utilizzo di altri mezzi per poter bypassare alcune prove di revisione altrimenti impossibili da effettuare regolarmente. Non c’è molto da aggiungere ad un quadro già di suo davvero desolante.

CONCLUSIONE

Si ritiene pertanto che, considerando tutto quanto citato, sia assolutamente necessario ed improrogabile un regolamento per le revisioni periodiche dei mezzi leggeri che segua l’esempio della legge 870/86 relativa alle revisioni periodiche dei mezzi oltre i 35 quintali: un ispettore indipendente, terzo a tutti gli effetti (a gestione Motorizzazione o ente privato), che possa svolgere il proprio lavoro secondo coscienza e sicurezza stradale. Segnaliamo purtroppo come nel nostro Paese si stia cercando di impugnare l’art. 80 del D.Lgs 285/92 tramite l’art.1 comma 1049 legge 145 del 30 Dicembre 2018. Si cita testualmente:

“1049. All’articolo 80, comma 8, del codice della strada, di cui al decreto legislativo 30 aprile 1992, n. 285, le parole: «ovvero con massa complessiva a pieno carico fino a 3,5 t» sono sostituite dalle seguenti: «o con massa complessiva a pieno carico fino a 3,5 t, ovvero superiore a 3,5 t se destinati al trasporto di merci non pericolose o non deperibili in regime di temperatura controllata (ATP)». Tutto ciò per replicare il sistema disastroso di revisioni periodiche dei mezzi leggeri a gestione totalmente privata anche sulle revisioni dei mezzi oltre i 35 quintali.”

  [maxbutton name=”FIRMA ORA!”]

FederispettoriPer gli operatori

Dopo mesi di anticipazioni, spoiler e previsioni è finalmente pubblico il decreto sulle revisioni dei pesanti. Prima l’emendamento all’Art. 80 del C.d.S. nella Legge di Bilancio 2019, poi l’istituzione di appositi corsi di formazione per l’abilitazione degli ispettori al controllo della nuova categoria di veicoli. Seguono norme transitorie, circolari attuative ed infine l’ulteriore modifica al già citato articolo 80 finalizzata all’inserimento di“rimorchi e semirimorchi” alle competenze dei centri di controllo privati (approfondimento). Con il DL 121/2021 si chiude definitivamente il cerchio di questo lungo iter di esternalizzazione frutto di una pressante operazione di lobbying che vede protagoniste alcune categorie economiche. Il protrarsi dei tempi è invece dovuto all’attività degli antagonisti, primo fra tutti uno degli organismi interni al Ministero competente, in materia di trasporti, dell’attuazione delle disposizioni emanate dal Parlamento: la Motorizzazione Civile. Le revisioni in seduta esterna rappresentano infatti una delle poche forme di straordinario ben retribuito per i funzionari tecnici pubblici, ma è riduttivo limitarsi alla questione degli stipendi. Occorre entrare nel merito dell’argomento, e chi meglio della Motorizzazione può farlo? Se la politica può essersi “bevuta” la baggianata dello snellimento della burocrazia per imprese di autoriparazione ed autotrasportatori (crediamoci, va la), chi vive quotidianamente il settore non può avere certo dubbi in ordine ai reali motivi di queste spinte verso la privatizzazione. Lo dice la parola stessa: privatizzare, mettere le mani in un business da milioni e milioni di euro, ma soprattutto diventare titolari del potere certificativo, di prassi conferito alla PA. Ciò significa non solo poter guadagnare, ma avere la facoltà di stra-guadagnare in barba alla legge, quella stessa legge che si dovrebbe rappresentare durante lo svolgimento della funzione pubblica. E’ quanto avvenuto nell’ambito della revisione dei veicoli leggeri, un settore esternalizzato nel 97 e ormai in balia dell’anarchia più totale: imprese in sovrannumero, nessun controllo da parte dell’Amministrazione e di conseguenza una denaturazione del concetto stesso di controllo tecnico dei veicoli finalizzato alla salvaguardia della sicurezza stradale e tutela dell’ambiente. Un comparto ormai privatizzato a tutti gli effetti e regolamentato esclusivamente dalla legge del libero mercato, un risultato conforme alle mire dei promotori di questo sistema negli anni 90. “Imparare dal passato per migliorare il futuro” è stato il motto del sindacato Federispettori, una delle principali forze in opposizione alla privatizzazione e protagonista di un recente flash mob anticipato da un video di sensibilizzazione sull’argomento (immagini). Un’azione di dissenso corredata da copiosa attività di elaborazione di documenti rivolti a Commissione Trasporti (leggi), Ministero omonimo e direzione generale della Motorizzazione (leggi).

In data 15 Novembre 2021 è stato protocollato l’attesissimo Decreto n.446 in materia di revisione dei veicoli pesanti. Accolta la principale richiesta dell’associazione degli ispettori tecnici, bruciati invece i piani di tutte le organizzazioni che volevano replicare il modello veicoli leggeri. Fra i grandi delusi anche i produttori/rivenditori di attrezzatura che auspicavano nella proliferazione di clienti ai quali vendere i nuovi macchinari messi a punto per la ghiotta occasione. No, non si potranno equipaggiare tutte le officine di una fiammante linea di revisione da 150 e rotti mila euro, ma sarà un’opportunità riservata a pochi, veramente pochi. I requisiti imposti dalla norma circoscrivono di fatto a poche unità per provincia le imprese di autoriparazione o consorzi in possesso dei numeri effettivi per diventare centro di controllo privato. E’ infatti richiesto alle attività un fatturato globale minimo di 300.000€ all’anno negli ultimi tre anni, rendicontazioni annuali che evidenzino i rapporti tra attività e passività e certificazioni ISO/IEC 9001/2015 ed ISO/IEC 17020 parte C, altri costi a carico dell’impresa. Proibitive le misure minime dei locali destinati al controllo tecnico dei veicoli che dovranno essere nettamente separati da quelli dove si svolge la riparazione meccanica: 250m² per linea e 600m² totali di capannone, uffici compresi. Deve inoltre esservi un piazzale per la movimentazione di veicoli avente superficie di almeno 1000m², il tutto corredato con documentazioni amministrative quali agibilità, certificazione antincendio e DVR (per i dettagli art. 7,8,9,10 del decreto). Ciò che tuttavia rappresenta la principale insidia per coloro che ambivano alla privatizzazione in tutto e per tutto è il regime giuridico degli ispettori disciplinato dall’Art.17 del decreto. Niente ispettore dipendente, tantomeno titolare d’impresa: è l’attuazione più coerente del principio di terzietà a garanzia dell’indipendenza degli operatori che svolgono la revisione ministeriale. Nessuna ingerenza quindi da parte dell’imprenditoria sui poteri certificativi degli incaricati di pubblico servizio, in conformità alle richieste di Federispettori. Gli operatori verranno selezionati all’interno del RUI (registro  unico degli ispettori) dalla Motorizzazione ed assegnati, per singola giornata, al centro di controllo che ne avanza richiesta, una forma di continuità rispetto a quanto già in vigore per le sedute esterne di revisione disciplinate dalla Legge 870/86. Ulteriore rinvio invece per il rilascio delle abilitazioni agli ispettori nonostante all’Art. 16 vengano delineati i profili delle commissioni d’esame. Gli esaminatori saranno un dirigente MCTC, diversi funzionari con competenze tecniche ed amministrative ed infine un segretario, anch’esso dipendente pubblico. Gli esami invece si terranno presso le Direzioni Generali Territoriali, quindi ogni corsista sarà libero di partecipare alla sessione più vicina al proprio domicilio, ma per la definizione delle modalità di svolgimento delle prove bisognerà attendere il provvedimento emanato a 90 giorni dalla pubblicazione in GU di quello in esame, peraltro non ancora avvenuta*. Il decreto si conclude (Art.21) con una disposizione universale valida anche per il settore dei leggeri: la figura del sostituto ispettore è definitivamente abolita. Seguiranno ulteriori norme attuative per la determinazione dei corrispettivi agli ispettori – testuali parole – a valere su tutte le categorie di veicoli a motore. Rivoluzione in vista? Staremo a vedere agendo nei limiti del possibile.

*Il DM n.446 è stato pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale in data 23/11/2021 (Serie Generale n.279).

Per gli operatori

Vi ricordate il pesce d’Aprile di Revisioniautoblog? Magari no, ma noi non possiamo certo dimenticarlo. Ci sono arrivate “tirate di orecchie” da ogni dove perchè un semplice scherzo si è tramutato nell’intasamento dei centralini di software house, rivenditori di attrezzatura ed associazioni di categoria. La nostra redazione aveva inscenato un fantomatico emendamento al Codice della Strada, precisamente all’art. 240 del Regolamento di Attuazione, che di fatto inibiva i titolari di centro di controllo dallo svolgimento di revisioni nella propria sede. Che dire: nulla di così trascendentale considerando le recenti politiche sull’eliminazione dei conflitti d’interesse volute dall’Europa, ma ciò che avrebbe dovuto far accendere il campanello d’allame era la fonte della notizia – ed il pesce che se la rideva in fondo all’articolo -, ma son dettagli. E’ vero: siamo in Italia e le UMC non sono certo delle eccellenze in materia di comunicazione, ma ricevere una news del genere da un canale non ufficiale…per giunta al 1° di Aprile…dai…

Al 26 Ottobre però non cade nessuna ricorrenza che prevede scherzi idioti o quant’altro. Eppure una notizia simile a quella del pesce d’Aprile l’ha data CNA Autoriparazione, organizzazione sicuramente più autorevole del nostro umile blog. Certo, l’articolo di CNA non ne ha parlato esplicitamente, ma con un minimo di conoscenza delle pagine web istituzionali era davvero semplice arrivare al dunque. “Esprimiamo convinto apprezzamento per il lavoro svolto dalla Commissione Trasporti della Camera, che nella giornata di ieri 25 ottobre ha chiesto e ottenuto il ritiro di un emendamento che, laddove approvato, avrebbe compromesso il funzionamento del sistema delle revisioni dei veicoli a motore, [tenetevi forte!] strutturato sull’efficiente agire dei centri di controllo privati”. Sì, l’hanno detto veramente! Strutturato sull’efficiente agire dei centri di controllo privati!!! Risate, prego.

Il riferimento, come viene specificato di seguito, è all’emendamento numero 1.215 (immagine sopra – fonte lista emendamenti al DL 121/2021) che – secondo loro – “con l’asserito obiettivo di conseguire maggiore imparzialità degli ispettori, attraverso un confuso e irrazionale processo di affrancamento degli stessi dai centri di revisione, avrebbe immesso, a ben vedere, sicuri elementi di disordine e inefficienza nell’attuale assetto di regole in materia di revisioni.” . In parole povere hanno dichiarato che la separazione fra i due soggetti, ispettori e centri di controllo, avrebbe portato a disordini nel settore. Come dargli torto. Un cambiamento così epocale, applicato dall’oggi al domani, sarebbe sì deleterio per tutti, soprattutto se avesse natura “irrazionale” come ha precisato lo scrivente. Guarda caso nessuna menzione alle norme ISO e direttive europee che da diversi anni a questa parte – non dall’oggi al domani – legittimano la linea dell’indipendenza, regole puntualmente disconosciute da tutti coloro che non ne traggono beneficio, CNA in primis. Eppure il loro stesso ex-presidente, Franco Mingozzi, durante un intervista con Quattroruote nel 2020 dichiarava, testuali parole: “C’è un numero eccessivo di pecore nere” aggiungendo inoltre che il fenomeno riguarda “Il 10-15% del totale dei centri, ma, se si aggiunge chi chiude un occhio, si arriva al 30%”. Quindi un centro su tre lavora nell’illegalità proporzione decisamente sottostimata -, ma CNA ha ancora il coraggio di dire che destrutturare la vigente architettura legislativa non gioverebbe, di certo, all’efficientamento delle revisioni.” Che faccia di bronzo, davvero.

Insomma, come sempre viene mascherato il proprio interessi dietro a sicurezza stradale e bene pubblico, ma fa anche questo parte del gioco. Sta di fatto che con un’ottima operazioni di lobbying – va riconosciuto – CNA ed altri soggetti hanno fermato l’emendamento sulla terzietà che ormai non è più un pesce d’Aprile di Revisioniautoblog, ma solida realtà, nonostante non si tratti ancora di norma vigente. E su questo aspetto apriamo una piccola parentesi in quanto l’articolo di CNA, tra omissioni e distorsioni, risulta fuorviante per un lettore che non conosce la materia. Se il contenuto dell’emendamento fosse stato “confuso ed irrazionale”, come viene definito dallo scrivente nel merito, l’atto di modifica sarebbe stato giudicato inammissibile e di conseguenza escluso a priori. Invece le cose sono andati diversamente, e pare addirittura, nonostante sia impossibile trovarne riscontro, che l’emendamento sia stato osservato con interesse da parte del rappresentante del Ministero delle Infrastrutture e delle Mobilità Sostenibili. Sia chiarito quindi una volta per tutte: il principio di terzietà può non piacere o non essere condiviso – naturalmente per interessi personali, non nascondiamoci – , ma non è certo fantascienza o frutto di menti scellerate. Ciò che fino a pochi anni fa pareva pura blasfemia è ora oggetto di discussione parlamentare. Mica male è? Un principio talmente demonizzato, screditato e sminuito da non essere nemmeno degno di dialogo costruttivo fra le parti. E ora saranno gli altri a decidere, quelli con 15 mila euro mensili di stipendio pubblico e che, con buona probabilità, non hanno mai visto nemmeno in cartolina un centro di controllo. E’ il prezzo della superbia e dell’ingordigia: – mai scendere a compromessi con gli ispettori, sono i nostri dipendenti! – Ecco, bravi, questi sono i risultati: avete vinto un impegno di governo. Problema quindi prorogato, come sempre, ma arriveremo al dunque… Eccome se arriveremo.

Un plauso ai colleghi di Federispettori per questo primo, grande traguardo.

Per gli operatoriPer gli utenti

Al primo del mese, com’è ormai consuetudine, la redazione di Revisioniautoblog ha giocato uno scherzetto pungente ai propri lettori e followers delle varie pagine social [Facebook] [LinkedIn] [Instagram] [YouTube]. Il pesce d’aprile (link) è riuscito talmente bene che abbiamo ricevuto chiamate, mail e messaggi privati da parte di numerosissimi appartenenti al settore revisioni, dal semplice ispettore al titolare di centro di controllo, dal programmatore della software house al tecnico-rivenditore di attrezzatura. Insomma, se la sono bevuta in molti, complice senz’altro l’autorevolezza di questo blog, ma anche il contenuto dell’articolo che in fin dei conti non era nulla di così trascendentale. Avessimo parlato di incremento della tariffa a 100€, oppure di revisione su base volontaria, di “autocertificazione di buona manutenzione del veicolo” e così via avrebbero tutti gridato alla fake news, o almeno si spera, ma quando il tema è l’indipendenza degli ispettori c’è sempre molta attenzione e di conseguenza preoccupazione o speranza a seconda delle propria posizione. Ciò che fino a qualche anno fa sembrava frutto di menti perverse progressiste oggi è attualità e lo si nota dallo stampo dei commenti, dalle discussioni e delle prese di posizione da parte di personaggi, anche autorevoli, notoriamente avversi a questo cambiamento. Infatti, se prima l’intero argomento veniva liquidato con una fragorosa risata di scherno, ora si corre ai ripari: “tanto ci sarà la proroga!”  scrive fra i commenti il popolo di Facebook, mentre coloro che hanno la facoltà di dialogare con il Ministero mettono in atto strategie difensive per un recepimento indolore, ormai tardivo, del principio di terzietà. Già, recepimento, perchè ancora una volta vale la pena ricordare non si tratta di idee malsane di qualche pazzo visionario, bensì di norme già approvate dagli organi di legislazione comunitari che necessitano solamente di essere introdotte nel diritto nazionale, un passaggio obbligatorio che rientra nella natura della direttiva UE. Lo spirito di queste fonti di diritto è appunto quello di consentire a tutti gli stati membri, considerandone la disparità, di raggiungere l’obbiettivo prefissato in modo progressivo, evitando danni e criticità alle categorie interessate. Micro realtà disomogenee implicano tempi di adeguamento e sforzi differenti ed è per questo che nazioni all’avanguardia in materia di controllo tecnico dei veicoli come la Germania possono tranquillamente tirare un respiro di sollievo in quanto già parzialmente conformi alle nuove disposizioni. Poi arriva l’Italia che vanta la peggior Motorizzazione d’Europa (l’applicazione della recente proroga è l’ennesima dimostrazione), un sistema revisioni che fa acqua da tutte le parti (a questo proposito non serve argomentare) e a distanza di 7 anni dall’emissione della direttiva 2014/45Ue fa orecchie da mercante, come se il problema non la riguardasse. Essì, oramai è un problema, in quanto attività regolarmente operative e legittimate dallo Stato si vedranno abbassare la serranda da un giorno all’altro. Fantascienza? Catastrofismo? Quanti centri di revisione attualmente sono inattivi perchè sprovvisti dell’ispettore, la prima grande novità introdotta dalla direttiva comunitaria? Ma è colpa dei burocrati europei o del sistema nazionale che non è stato in grado di organizzarsi per tempo pubblicando all’ultimo giorno utile un copia-incolla disastroso della 2014/45Ue? D’altronde c’erano priorità quali l’abolizione del padale pressometrico, il sostituto errettì e via dicendo…

Duole prendere atto dei risvolti negativi che il scellerato iter di recepimento direttiva europea sta causando all’intero comparto revisioni, ma, si ribadisce, è solamente un problema di mala-gestione. Tutto il settore paga e pagherà le conseguenze della strategia fallimentare impiegata fino ad ora dai – passatemi il termine – negazionisti della terzietà, coloro che pensano di risolvere il “problema” ignorandolo. Peccato si tratti banalmente di ignoranti, con riferimento al significato etimologico del vocabolo, ovvero persone che ignorano, in questo caso, la storia e l’evoluzione della normativa automotive nazionale ed internazionale. Se nel primo Codice della Strada dell’età contemporanea, il Regio Decreto 8 Dicembre 1933 n.1740, tutte le norme riguardavano esclusivamente l’Italia per ovvie ragioni storico-politiche (N.d.r. era firmato Benito Mussolini!), già dal D.P.R. 393/59 del 1959 viene introdotto qualche riferimento alla regolamentazione comunitaria, come ad esempio il “proiettore europeo unificato” (Art. 196 D.P.R. 420/59), l’anabbagliante con fascio asimmetrico che attualmente equipaggia tutti i veicoli in circolazione. La vera rivoluzione è tuttavia rappresentata dell’emanazione della direttiva europea quadro relative all’omologazione degli autoveicoli, la 70/156CEE, dei motoveicoli, la 92/61CEE, e tutte quelle che disciplinano l’approvazione delle varie unità tecniche indipendenti (dispositivi di illuminazione e segnalazione visiva, freni, serbatoi, emissioni inquinanti ecc). Nel “nuovo” Codice della Strada infatti, D.Lgs n.285 del 1992, tutti gli ambiti già regolamentati dalla normativa comunitaria vengono rimandati ad essa in virtù del superiore grado nella gerarchia delle fonti di diritto. “Qualora le norme di cui al comma 3-bis si riferiscano a sistemi, componenti ed entita’ tecniche oggetto di direttive comunitarie, ovvero di regolamenti emanati dall’Ufficio europeo per le Nazioni Unite recepite dal Ministero delle infrastrutture e dei trasporti, le prescrizioni di approvazione nazionale e di installazione sono conformi a quanto previsto dalle predette direttive o regolamenti.”  (Art. 75 D.Lgs 285/92, comma 3-ter). Nel prossimo Codice della Strada è dunque lecito aspettarsi in materia di revisione dei veicoli un’attuazione integrale della disciplina comunitaria, oggi contenuta nella direttiva 2014/45Ue, un domani in qualche regolamento Ue, una fonte di diretto ancora più blindata della “semplice” direttiva. Che ne sarà di tutto coloro che considerano una mail da parte dell’impiegato della Motorizzazione più autorevole della Gazzetta Ufficiale dell’Unione Europea “perkè siamo in Italia e non in Europaaa111!!111”?

Chi non partecipa al cambiamento lo subirà, è inevitabile.

 

Curiosità – La durata media dei vari Codici della Strada è di circa 30 anni, un intervallo di tempo nel quale sono oggetto di numerosi emendamenti in base al progresso tecnico dei veicoli e all’evoluzione dei comportamenti dell’uomo. Quando l’entità delle modifiche risulta sconvolgere completamente il testo originale, di prassi si provvede ad una nuova stesura integrale del documento. L’attuale Codice della Strada D.Lgs 285/92 spegne quest’anno la ventinovesima candelina: nasce in un periodo nel quale non esistevano nemmeno i catalizzatori per i motori a benzina mentre oggi si parla di elettrificazione totale e di guida autonoma. Chi ha orecchie per intendere intenda.

Per gli operatoriPer gli utenti

“La revisione ministeriale in Italia è una farsa”, un dato di fatto che ormai, arrivati a questo punto, non richiede più nemmeno argomentazioni. Almeno una volta qualcuno si indignava a seguito di affermazioni del genere, ed era molto divertente udire lo stridio delle unghie che grattavano sui vetri nel vano tentativo di difesa dell’indifendibile. Persino una delle principali associazione di categoria del settore, nota per l’arrampicata acrobatica sugli specchi, ha fatto marcia indietro a questo proposito: su Quattroruote di Luglio 2020 viene infatti pubblicato uno speciale intitolato “alla faccia della sicurezza”(link), con chiaro riferimento alla revisione periodica. Quattro veicoli vengono appositamente resi inefficienti e pericolosi ai fini della circolazione stradale per poi essere sottoposti a controllo tecnico: solo due centri su sei individuano le carenze bocciando la revisione.  “Sono il 10-15% del totale dei centri, ma, se si aggiunge chi chiude un occhio, si arriva al 30%” dichiara il presidente della suddetta associazione per fornire una proporzione del fenomeno delle imprese che operano illegalmente, ma, se la matematica non è un’opinione, la percentuale relativa al campione sotto esame supera il 60%. Non importa, almeno su una cosa siamo d’accordo: “C’è un numero eccessivo di pecore nere”. Prima erano mele marce, ora pecore nere:  mai una volta che vengono chiamati con il nome corretto, ovvero delinquenti o truffatori dello Stato. E che dire del compagno di merende, quello che lancia l'”allarme sicurezza stradale” sui notiziari locali per il recepimento della normativa europea, ma non perchè nella “sua” Genova ormai le revisioni costano 50€ e vengono superate da qualsiasi veicolo. Sia chiaro, non è un problema circoscritto alla città: è così da nord a sud, isole comprese. Ed infine il cosiddetto dagli haters “sindacato degli ispettori”, che al grido di “rivoluzione del settore” e “tutela e rappresentanza della figura professionale” ha fatto tremare l’intero comparto, salvo poi accogliere al proprio interno un numero imprecisato di titolari di centro revisioni. Certo, trattasi pur sempre di figure ibride, ovvero proprietari di impresa e al contempo operatori, ma è naturale che gli interessi prevalenti siano quella imprenditoriale. Tutte persone per bene, al pari dei soci di qualsivoglia associazione di categoria: il cambiamento è auspicato da tutti, ma nessuno è disposto a cambiare. Normale, anzi, sarebbe anomalo il contrario: l’errore è alla radice, al pari di uno stabile senza fondamenta al quale viene continuamente tinteggiata la facciata e sostituiti i serramenti. Tempo perso, è destinato a crollare, e la tanto citata – naturalmente solo all’occorrenza – “sicurezza stradale” non ha nulla a che vedere con tutto ciò. Un sistema senza supervisione bastato sulla proliferazione incontrollata di centri di controllo in regime di concorrenza spietata non può funzionare in alcun modo, inutile ripeterlo. Il numero pro-capite di revisioni annue diminuisce vertiginosamente al pari della qualità dei controlli sui veicoli: occorre fare cassa e di conseguenza revisionare qualsiasi mezzo, anche quelli gravemente pericolosi ai fini della circolazione stradale. Ecco il nocciolo della questione, un problema che va ben oltre al sovraffollamento di centri e l’assenza di controlli da parte del Ministero. Limitare il numero delle imprese abilitate sarebbe un attentato alla libera concorrenza (anche se naturalmente è la direzione prediletta dai titolari di impresa, per ovvi motivi) e pretendere controlli da regime comunista comporterebbe costi insostenibili per lo Stato. Come in natura, un sistema che funziona correttamente deve auto-bilanciarsi e l’unica soluzione per equilibrare il settore revisioni è con l’introduzione del principio di terzietà. Chi effettua i controlli non deve essere nè titolare del centro, nè dipendente della struttura, bensì un esterno assegnato quotidianamente su richiesta da organismi terzi. Il meccanismo per il quale “più baro – più lavoro e di conseguenza più guadagno” deve finire quanto prima, altrimenti è inutile parlare di formazione, professionalità e riconoscimento della categoria. Ciò che sembra fantascienza nel settore dei leggeri, è la base per le revisione dei cosiddetti “pesanti”, e non si pensi che la privatizzazione tanto voluta dai titolari di flotte di autotrasporto sia vista di buon occhio dagli imprenditori dell’autoriparazione. Già, “imprenditori”, un titolo difficoltoso da attribuire ai meccanici di auto generici, nonchè titolari di centro di controllo, con la mentalità da bottegai. Fortunatamente esistono esempi virtuosi che ritengono vantaggiosa la soluzione della terzietà , sia per svincolarsi dagli oneri dei dipendenti, che per lavorare più liberamente senza compromessi. L’indipendenza del giudizio è il principio base per qualsiasi certificazione: cosa stiamo aspettando?